Autore: Ppp p(—)

  • Energia rinnovabile. Attiva da oggi la convenzione Campi Aperti-E’Nostra

    Energia rinnovabile. Attiva da oggi la convenzione Campi Aperti-E’Nostra

    E’ attiva da oggi la convenzione tra Campi Aperti ed E’Nostra, cooperativa di acquisto e vendita di energia da fonti rinnovabili.

    L’adesione all’offerta si può fare seguendo il link del Modulo di attivazione. Ora, tra le altre, si può scegliere la convenzione ‘socio Campi Aperti‘. Così facendo si ottiene lo sconto del 5% sulla tariffa. Lo sconto vale sia per le attività produttive che per le utenze domestiche, se l’intestatario della bolletta è socio di Campi Aperti.

    Si attiva così la seconda fase del percorso iniziato con l’allacciamento dei due mercati di P.zza Scaravilli e di VAG alla fornitura garantita da E’Nostra. Nella speranza che si diffonda consapevolezza, ma, soprattutto, comportamenti orientati alla riduzione dell’impatto che le nostre attività hanno sul pianeta che ci ospita.

  • Per una transizione energetica dal basso

    Per una transizione energetica dal basso

    Mercoledì 15 giugno, a partire dalle 20,45, a Labàs, incontriamo due rappresentanti di E’Nostra, la cooperativa che ci fornirà elettricità da fonti rinnovabili ai mercati di Vag e p.zza Scaravilli.

    Con loro parleremo di possibili concreti cambiamenti nel modo di gestire l’energia che consumiamo. Verso una transizione energetica che non è più rimandabile.

    A partire dalla convenzione che stiamo elaborando e che presto legherà Campi Aperti a E’Nostra, cercheremo di analizzare le possibili articolazioni del rapporto tra i singoli soci e la cooperativa. Dal primo step di socio consumatore (chi si allaccia alla fornitura garantita 100% rinnovabile), a chi potrebbe diventare socio produttore, vendendo l’energia del proprio impianto di produzione da fonti rinnovabili già esistente alla cooperativa, che la userà per rifornire i propri clienti (i soci consumatori), alla possibilità di realizzare un impianto ex-novo, grazie a forme di partenariato sostenute da E’Nostra e Retenergie.

    Insomma, un primo incontro molto operativo per esplorare quanto è possibile fare per partecipare e sostenere la transizione verso un modello energetico che non metta in discussione il futuro di noi tutti. Per iniziare a costruire un modello di democrazia energetica, in cui il bene comune energia sia patrimonio veramente di tutti e non strumento di controllo.

    Ci vediamo lì. Numerosi.

     

  • Mercati a 0 …emissioni

    Mercati a 0 …emissioni

    Che gli accordi di Parigi (COP21) di dicembre scorso abbiano bisogno di una applicazione che scavalchi e anticipi le politiche governative – troppo ondivaghe e prudenti nei confronti del mondo degli interessi finanziari – per provare a mettere una pezza finchè c’é tempo al disastro climatico incombente, è cosa nota.

    Che l’agricoltura industriale sia responsabile di gran parte delle emissioni di gas di serra sul pianeta è pure risaputo.

    Che i mercati di Campi Aperti, così alternativi a quel modello, rappresentino un modo per raffreddare il pianeta, oltre che per salvaguardare la nostra sovranità alimentare, quindi, è cosa altrettanto nota.

    Ma sappiamo che non basta. Bisogna fare di più.

    Molto di più.

    Così, dalla prossima estate (giusto il tempo tecnico per la voltura dei contratti di fornitura), probabilmente già dai primi di agosto, in due dei nostri mercati (p.zza Scaravilli e VAG), la fornitura di energia elettrica sarà garantita ad emissioni zero!

    Questa importante caratterizzazione – che speriamo di poter presto estendere anche agli altri mercati gestiti dall’associazione – è possibile grazie alla sottoscrizione di un contratto di fornitura con E’Nostra, una cooperativa che garantisce ai soci la vendita di energia prodotta da impianti di produzione da fonti totalmente rinnovabili e socialmente sostenibili. Infatti, E’Nostra compra energia prodotta non solo rispettando l’ambiente, ma anche le comunità locali che ospitano gli impianti di produzione. Niente eolico su crinali che offendono il paesaggio o disturbano la quiete dei territori, o fotovoltaico a terra che sottrae suolo alla produzione agricola, tanto per fare un paio di esempi.

    Ovviamente, l’energia consumata dai mercati per poche ore alla settimana è poca cosa. Dobbiamo diffondere questa forma di consumo il più possibile. Stiamo quindi lavorando con E’Nostra alla stesura di una convenzione che garantisca ai soci di Campi Aperti uno sconto in caso di passaggio alla fornitura da parte della cooperativa. Di questa convenzione, ulteriore passaggio per favorire una economia responsabile e rispettosa dell’ambiente e della dignità delle persone, daremo comunicazione appena sottoscritta, così da permettere ai soci (e a chi vorrà diventarlo) di aderire all’offerta di energia verde a condizioni vantaggiose, anche per il portafoglio, oltre che per l’ambiente.

    Degli sviluppi di questa iniziativa – e di altre simili che stiamo elaborando –  daremo informazioni su queste pagine. Continuate dunque a seguirci, se volete restare aggiornati e cogliere l’occasione per fare qualcosa, in più di quanto non fate già ora, in favore del nostro povero, bistrattato, pianeta.

  • ISDE (Medici per l’Ambiente) su posizione WHO_FAO Glifosate

    Summary Report WHO-FAO: un favore all’agribusiness

    Comunicato ISDE Italia a cura di Carlo Modonesi e Celestino Panizza, coordinatori gruppo di lavoro sui pesticidi

    Il 16 maggio 2016 è stata data diffusione al Summary Report del meeting congiunto di esperti WHO-FAO, convocato per esprimersi sul rischio associato ai residui alimentari degli insetticidi diazinon e malathion, e dell’erbicida glyphosate. Il 20 marzo 2015 questi composti erano stati formalmente inseriti da IARC nel gruppo 2A, in quanto “probabili cancerogeni per l’uomo”.

    Il panel WHO-FAO ha concluso che è improbabile che il diazinon costituisca un rischio cancerogeno per l’uomo.

    Analogamente, per quanto riguarda il malathion e i suoi metaboliti, il gruppo di esperti, pur riconoscendo alcune evidenze di cancerogenicità (linfomi non Hodgkin e cancro della prostata) emerse da studi epidemiologici e sperimentali, ha concluso che l’insetticida assunto con gli alimenti non comporta un rischio di cancerogenicità per l’uomo.

    Nel Report si legge che nemmeno il glyphosate assunto per via alimentare costituisce un rischio cancerogeno per l’uomo, e si stabilisce che la dose quotidiana accettabile di assunzione (ADI: Acceptable Daily Intake) è 0-1 mg/kg di peso corporeo.

    Il glyphosate è l’erbicida più utilizzato su scala globale, per cui la valutazione di cancerogenicità espressa da IARC nel 2015 ha suscitato forti preoccupazioni nel mondo sociale e la richiesta di mettere al bando l’erbicida da parte di molte associazioni europee.

    Di contro, le imprese produttrici dei pesticidi in questione hanno replicato con campagne mirate a screditare il parere tecnico-scientifico espresso da IARC nel 2015, nel chiaro tentativo di evitare che la procedura europea per il rinnovo dell’autorizzazione commerciale dell’erbicida fosse bloccata.

    Dopo la pubblicazione della monografia di IARC elaborata con metodologia rigorosa, utile a tutelare la safety alimentare (e non solo alimentare), le agenzie regolatorie si sono affrettate a sconfessare la valutazione del glyphosate effettuata da IARC e a raccogliere le istanze di parte avanzate dall’agro-industria: a tale proposito, si veda EFSA Journal, 2015;13(11):4302.

    Anche in questo caso, si deve rilevare che la commissione congiunta di esperti WHO-FAO si è espressa con perfetto tempismo sul rischio cancerogeno del glyphosate (oltre che del diazinon e del malathion) in pieno contrasto con le conclusioni di IARC, peraltro stabilendo un’ADI addirittura di oltre un ordine di grandezza superiore rispetto a quanto indicato dal Report di EFSA richiamato sopra. www.isde.it

    Va peraltro segnalato che la stampa internazionale (http://www.theguardian.com, UN/WHO panel in conflict of interest row over glyphosate cancer risk) ha prontamente denunciato il conflitto di interessi che coinvolge direttamente i coordinatori del panel WHO-FAO che ha pubblicato il Summary Report.

    ISDE Italia, che già aveva stigmatizzato il Report di EFSA (con una lettera al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Maurizio Martina datata 4 dicembre 2015), in quanto viziato da numerose forzature di metodo e di contenuto e basato su argomentazioni non sostenute dalla letteratura scientifica, giudica in modo altrettanto critico l’iniziativa congiunta WHO-FAO.

    Di fatto, il Summary Report WHO-FAO fa proprie le conclusioni di EFSA, con alcune aggravanti. Anzitutto i composti oggetto di valutazione vengono considerati unicamente in relazione all’effetto cancerogeno, senza tenere conto delle evidenze scientifiche circa la tossicità per altri end-point sanitari. Nel documento, infatti, si allude accidentalmente alle scarse conoscenze odierne sugli outcomes diversi dal cancro (effetti teratogeni, neurotossici, metabolici, riproduttivi, ecc.) indotti dal glyphosate, liquidando con affermazioni sommarie un punto sostanziale delle possibili criticità (in termini di salute pubblica) dovute al composto.

    Inoltre, il gruppo di esperti WHO-FAO limita le proprie valutazioni agli effetti genotossici dell’erbicida, ritenendo evidentemente che la genotossicità sia l’unico indizio precoce della cancerogenesi. È invece ormai ampiamente riconosciuto che il processo di cancerogenesi può evolvere attraverso altre vie, per esempio quella ormonale, come dimostrato dagli esiti neoplastici dell’esposizione a molti composti non genotossici. Non a caso, il glyphosate viene descritto da una ricca letteratura scientifica come “interferente endocrino”.

    Nulla viene detto del fondato sospetto, documentato dalle indagini di tossicologia sperimentale, che il glyphosate sia dannoso per l’attività enzimatica e ormonale di molti tipi cellulari nei mammiferi, e anche i dati sull’epatotossicità e sulla nefrotossicità emersi da studi condotti a livelli di contaminazione alimentare analoghi a quelli stabiliti dalle odierne norme europee sul rischio accettabile vengono accuratamente elusi.

    Infine, si rileva il più totale disinteresse per la mole di prove scientifiche che testimoniano gli effetti deleteri del glyphosate sulla biodiversità, e in particolare sulle faune vertebrate e invertebrate e sulle flore microbiche di molti ecosistemi acquatici e terricoli che oggi vengono ritenuti fondamentali per la buona salute della biosfera, della popolazione umana e della stessa agricoltura.

    Si configura, anche nelle conclusioni del documento WHO-FAO, un grave limite nel valutare con la dovuta obiettività le conoscenze scientifiche oggi disponibili sugli effetti del glyphosate. Va comunque rilevato che laddove fossero presenti incertezze per la carenza di dati o per la presenza di dati borderline, i governi, le agenzie regolatorie e l’industria dovrebbero farsi carico di promuovere ricerche indipendenti che consentano un definitivo e solido risk-assessment; nel caso in cui la cancerogenicità e/o altri effetti patologici fossero confermati, sarà obbligatorio un bando globale di questo erbicida, unica garanzia di prevenzione efficace.

    ISDE Italia ribadisce che un approccio scientifico corretto deve basarsi sul sostegno fornito da dati di letteratura facilmente accessibili e verificabili, nonché su una loro rigorosa interpretazione, così come è necessario continuare a studiare gli effetti del glyphosate in particolare su embrioni, feti e bambini.

    Istituzioni di profilo sovrannazionale come WHO e FAO dovrebbero adottare un percorso di valutazione contraddistinto dalla trasparenza oltre che dall’indipendenza.

    La valutazione IARC del 2015 resta l’unico documento trasparente e attendibile in materia di valutazione delle implicazioni di interesse sanitario-oncologico generate dal glyphosate.

    La Commissione europea e tutti i Governi nazionali dell’Unione europea dovrebbero tenerne conto nei processi decisionali che attengono a tale materia.

    Arezzo, 30 Maggio 2016

  • 28/05/2016: Assemblea Generale

    28/05/2016: Assemblea Generale

    Cari soci e simpatizzanti, Egregi Semplici Conoscenti,
    con la presente è convocata l’assemblea generale di Campi Aperti per la Sovranità Alimentare,
    il giorno 28/5/2016
    presso l’azienda La Sega
    Via Valle del Samoggia 6477 – Savigno (Bo) (ora Val Samoggia)
    a partire dalle ore 15,00
    per discutere il seguente ODG:
    1) Relazione sulle visite e accettazione delle aziende;
    2) Distribuzione nuove visite aziendali
    3) Emporio cooperativo, partecipativo e solidale in collaborazione con Alchemilla GAS. Presentazione del progetto e sostegno.
    4) Proposta di nuova organizzazione del sistema di garanzia partecipata finalizzata alla verifica periodica delle condizioni di permanenza in associazione delle aziende
    5) Questione bicchieri. Approvazione della decisione dei vinai rispetto al rientro della perdita di cassa, alla ricostituzione del patrimonio e alla riorganizzazione del sistema di gestione.
    6) Convenzione con èNostra per fornitura energia elettrica da fonti rinnovabili.

    7) Convenzione con éNostra, ReteEnergie e Banca Etica per il finanziamento di impianti di produzione di energia elettrica da FR.

    8) Convenzione con Circolo dipendenti università e Associazione Amici delle Comunità Solari.
    Decisioni in merito.
    9) Appello per la costituzione di un coordinamento permanente a livello cittadino sui temi dell’ambiente, del clima e della sovranità alimentare da proporre alle realtà sociali bolognesi.
    10) Iniziativa pro-palestina
    11) Varie ed eventuali
    Come usanza, all’assemblea generale sono invitati tutti, soci e non soci, interessati o incuriositi. Con uguali diritti di espressione nel corso dell’assemblea.
    Se si portano alimenti e beveraggi per allietare la permanenza (e alleviarne le conseguenze) in posizione seduta per l’intero pomeriggio, la cosa è, oltre che bene accetta, anche caldamente sollecitata.
    In più, Michele, nostro ospite, ci ha invitato rimanere a termine assemblea e condividere la cena. Lui metterà a disposizione fragole e insalata e vino. Se si desidera contribuire anche per il desinare della sera, è ovviamente permesso e caldeggiato.

    A sabato, dunque.

    Ppp p(appapertutti)
  • “I grani antichi nell’alimentazione moderna”

    “I grani antichi nell’alimentazione moderna”

    giovedì 19 maggio 2016, ore 20-22

    sala polivalente Quartiere Savena, via Faenza 4

    Interviene Enzo Spisni,

    docente di Fisiologia della Nutrizione all’ Università di Bologna

     

    La biodiversità entra nel piatto, e con essa il grande interesse attuale per i grani antichi, varietà preesistenti all’introduzione dei grani omologati dei giorni nostri. Si tratta solo di un improvviso impulso all’acquisto etico e responsabile o c’è dell’altro?

    Nella coscienza di molti consumatori si è insediato il sospetto che le farine moderne con cui si producono il pane, i biscotti, la pasta e tutti i suoi derivati possano essere poco salutari.

    L’argomento è spinoso, come le spighe del grano attorno a cui si giocano forti interessi delle industrie multinazionali sementiere, dei pastifici, dei panificatori industriali e di qualche noto marchio dell’agroalimentare italiano.

    La ricerca scientifica più recente ha però chiarito quali siano le differenze tra i grani antichi e i grani moderni e, soprattutto, che i grani moderni potrebbero essere collegati all’insorgenza di tutta una serie di patologie infiammatorie legate al consumo, sicuramente eccessivo nei paesi ricchi, di alcune proteine poco digeribili contenute nei grani convenzionali di oggi.

    L’evento è stato organizzato dall’associazione CampiAperti in collaborazione con la scuola dell’infanzia Scarlatti.

    Nel quartiere SAVENA ci trovate con il mercato presso la Scuola di Pace di Via Udine
    tutti i venerdì dalle 16,30 fino a fine maggio, poi dalle 17,00, fino al ritorno dell’ora solare (in ottobre)

     

    OGNI VENERDì DEL MESE DI MAGGIO, alle 16,00, spettacolo dedicato ai bambini della scuola materna (rimandato in caso di pioggia!)

    e, a seguire, UN APERITIVO A OFFERTA LIBERA (17,30 circa)

  • Verso il referendum contro le trivelle

    Verso il referendum contro le trivelle

    Da Vincenzo Balzani, professore dell’Università di Bologna, quasi Nobel per le sue ricerche nel campo della fotochimica, vengono dette parole saggissime sulla questione del referendum contro le trivelle in mare (che Campi Aperti sostiene, essendosi schierata da lungo tempo decisamente contro lo sfruttamento di queste riserve, talmente esigue da rappresentare esclusivamente un danno potenziale, invece che una opportunità).

    Il 17 aprile, infatti, siamo chiamati ad esprimerci su questo referendum il cui significato politico, come nel caso di molti suoi predecessori, nei fatti, va ben oltre il tecnicismo della formulazione referendaria.

    Giustamente, Balzani pone sullo stesso piano, rispondendo colpo su colpo alle sciocchezze affermate dagli scientisti di turno schierati a favore della ricerca petrolifera e affidate ad un articolo sul blog formiche.net, la scelta antinucleare – che ci ha salvato da sciagure come l’arresto dello sviluppo delle fonti rinnovabili per investire su centrali che sarebbero state pronte, se va bene, tra dieci anni(*) – e questo referendum che, se tutto va come dovrebbe e ci auspichiamo, ci salverà dall’arretramento culturale rappresentato dalla politica energetica ancora basata sulle fonti fossili. Tipicamente caratterizzata dalla concentrazione del guadagno nelle mani di pochi e nello spargimento di copiosi danni a carico di tutti gli altri.

    I cambiamenti climatici ci impongono di svoltare pagina per provare a salvare un minimo di futuro per i nostri figli e questo referendum è un’ottima occasione per provare a girare questa benedetta pagina.

    (*) nel frattempo, il fotovoltaico, in italia, nonostante gli ostacoli che i governi provano a frapporre al suo sviluppo, si è talmente diffuso da produrre energia come due centrali nucleari. E con dieci anni di anticipo.

  • Nutrirsi bene per non mangiarsi il futuro

    CampiAperti organizza 4 incontri rivolti alla cittadinanza che declinano in maniera pratica e teorica il tema della sovranità alimentare, intesa come diritto di ciascuno al controllo sulla produzione SOSTENIBILE del proprio cibo SANO.

    Giovedi 18 febbraio 2016,
    ore 18-20
    Sala polivalente del Quartiere Savena, via Faenza 4
    1° incontro :
    Agricoltura contadina e salute della t/Terra

    Intervengono:

    – Pierpaolo Lanzarini (presidente dell’ass. CampiAperti)

    – Laura Stanghellini (referente per la garanzia partecipata)

    L’agricoltura industriale – e la sua parte più visibile, la grande distribuzione organizzata – sono responsabili di drammi sociali e ambientali che mettono in discussione il futuro del nostro pianeta.
    Oltre a rimpinzarci di veleni e a limitare la nostra libertà di scelta.
    Un’altra agricoltura, che rispetti le nostre libertà, che ci offra cibo migliore e più sano e non ci sottragga futuro, è possibile? Forse si.
    Vediamo insieme quale, a quali condizioni e come possiamo sostenerla.
    In gioco c’è, letteralmente, il futuro dei nostri figli.

     

    In seguito, sempre presso la sala polivalente del Quartiere Savena, via Faenza 4 :

    2) giovedì 17 marzo, ore 18-20
    “Il giusto equilibrio per una sana crescita: Cibi sani, prodotti e allevati nel rispetto dell’ambiente e della salute”
    Interviene Laura Gelli, Azienda agricola “La casetta”, Marzabotto (BO)

    3) giovedì 14 aprile 2016, ore 20-22
    “Di fiori e di erbe: idee per spazi verdi commestibili”
    Intervengono

    -Silvia Tagliasacchi, Az.agr.“Pierotti Piera”, Crevalcore(BO)
    -Callisto Valmori, a.d.s.”La rosa dei venti”, Mulino Parisio (BO)

    4) giovedì 19 maggio 2016, ore 20-22
    “I grani antichi nell’alimentazione moderna”
    Interviene Enzo Spisni, docente di Fisiologia della Nutrizione UniBO

     

    Gli incontri fanno parte del progetto “Dietro l’angolo”,  condiviso con pedagogisti, insegnanti, genitori e produttori, in cui CampiAperti interviene come partner della scuola dell’infanzia comunale Scarlatti, quartiere Savena, nell’ambito del percorso promosso dal Comune di Bologna “Qualifichiamo insieme la nostra scuola”.

    Il progetto, prevede le seguenti iniziative

    -1-

    L’ORTO FURBO” delle scuole:
    Azione a)
    incontro di formazione sulla didattica DELL’ORTO SCOLASTICO
    rivolto a educatori/insegnanti
    Relatore: Laura Gelli (CampiAperti)
    Titolo : L’orto: un lavoro quotidiano di integrazione, sperimentazione, comprensione. Un’aula esterna dove fare attività multidisciplinari ;
    Azione b)
    “AIUOLE FURBE” nella scuola dell’infanzia Scarlatti e nel nido Spazio.
    Con la collaborazione di studenti del collettivo Amaranto della facoltà Agraria

    -2-

    4 passeggiate storico-naturalistiche
    dei bambini delle classi coinvolte nel progetto , accompagnati, lungo il canale del Savena, da Callisto Valmori, a.d.s. La rosa dei Venti, Mulino Parisio (CampiAperti).

    -3-

    “la merenda al mercato”
    nei venerdì di maggio, i bambini verranno a fare merenda, offerta da CampiAperti, al mercato di via Udine,  presso il cortile della scuola di pace.
    Le merende saranno animate da uno spettacolo.
    Ovviamente sono invitati anche gli altri bambini, del quartiere e non.
    CA-IES2016-DietroLAngolo-locandinaA4
  • IL NOME DEL MINISTERO!

    Di Antonio Onorati, 14, 1,2016

     

    Il contadino invisibile_. Il ministero delle Politiche Agricole cambia
    nome e diventa “Ministero dell’agroalimentare”.

    A rottamare l’agricoltura italiana, con un sol colpo, ci avevano
    pensato in molti, a cominciare da quelli che volevano abolire il
    ministero dell’agricoltura per non dover affrontare la riforma del suo
    fallimentare funzionamento ma sembra che solo il primo ministro Renzi ci possa riuscire.

    Così almeno a stare all’annuncio ufficiale che, ci informa, “Il dicastero delle Politiche Agricole cambia nome e diventerà “ministero dell’Agroalimentare” (presidente del Consiglio Matteo Renzi  nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi –  13.01.2016) per accompagnare l’accordo da 6 miliardi di euro siglato tra governo e Intesa San Paolo per finanziare il settore agroalimentare”. A leggere il comunicato si capisce che per il Ministro Martina e per il governo per “agroalimentare” si intende “agribusiness.” cioè INDUSTRIA
    AGROALIMENTARE
    (http://www.treccani.it/enciclopedia/sistema-agroalimentare [1]).
    E’risaputo che, in questa visione, “…_la COMPONENTE AGRICOLA TENDE A SPARIRE, mentre assume un peso sempre maggiore il settore distributivo_…” e delle industrie agroalimentari a monte ed a valle della produzione agricola.

    Tutti  a lamentarsi di quanto “la politica sia separata dal paese”, quindi non ci sorprendiamo che il governo non  ricordi che l’agricoltura italiana – il cosiddetto settore primario –  a pari merito con quella francese, sia la più importante dell’UE, che – stando ai dati ISTAT (SPA, 2013) – e’ fatta di 1.516.000 aziende e 992.000 occupati (cioè il 72% degli occupati dell’intero settore) contro gli occupati nelle imprese industriali del settore ( tutto compreso, anche la ristorazione e gli ambulanti) che rappresentano solo il 28% .

    Viene ripetuto continuamente che l’export agroalimentare e’ quello
    che tira, che ci salverà il mercato mondiale della crescita dei consumi
    alimentare nei paesi emergenti e nelle megalopoli (magari dando credito alle stime ottimiste proiettate al 2050 quando la crisi economica sarà solo un ricordo), senza mai dirci chi produrrà quello che esportiamo o esporteremo.

    Vediamo come sono andate le cose con il nostro COMMERCIO INTERNAZIONALE AGROALIMENTARE, ricordando comunque che le vendite dell’agroalimentare “italiano” dipendono per tre quarti ancora dal mercato domestico.
    (ISMEA). “_Ancora sostenute dal deprezzamento dell’euro, le esportazioni dei prodotti agroalimentari italiani migliorano invece la
    perfomance già positiva dei mesi precedenti, con un solido più 7,1% nei primi 5 mesi dell’anno 2015_”(ISMEA). E ancora “_Da segnalare il contributo particolarmente positivo dell’agricoltura che avanza all’estero dell’11,8% a fronte di un incremento più contenuto dell’industria alimentare (+6%)_”. Questi dati sono riferiti, però, al confronto con il 2014 che si era chiuso con UN MENO 1,65% SUL 2013 per l’export del settore primario (in cui il settore primario per uso alimentare riportava un meno 1,54 %) e con un più 0,69 per le
    importazioni ma con UN PIÙ 1,63% per L’IMPORTAZIONE di prodotti per uso alimentare del settore primario.  Per l’industria agroalimentare, il 2014 si era chiuso con un più 2,89% sul 2013 per l’export, mentre LE IMPORTAZIONE AVEVANO REALIZZATO UNA CRESCITA DEL 4,38% SUL 2013 (Federalimentare Servizi srl ). Come dire, nessuno di questi dati fa prevedere miracoli nell’ export mentre evidenziano una continua erosione del mercato interno da parte delle produzione importate.

    L’industria agroalimentare italiana ha molte caratteristiche, decantate dalla mitologia del _made in Italy,_ tra cui quella di essere effettivamente poco “italiana”. Sulle 114 grandi Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (con oltre 250 addetti) nel nostro paese (ISTAT, 2015), 27 sono a controllo estero (“multinazionali”) e 87 sono a controllo nazionale.

    Le MULTINAZIONALI nell’agroalimentare, pur rappresentando solo LO 0,3% dell’imprese (183 in totale, comprese quelle di dimensione più ridotta), realizzano il 14 % del fatturato totale, il 14,2% del valore, il 17,3 % degli investimenti in ricerca ed innovazione ed occupano 30.600 addetti (ISTAT, 2013), pari al 7,1% degli addetti. Nel 2013 hanno fatturato circa 18 miliardi di euro.

    I loro SCAMBI ALL’INTERNO DELLO STESSO GRUPPO RAPPRESENTANO IL 71,8% DELL’EXPORT TOTALE delle Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco “italiane” (ISTAT, anno 2013). Che qui sia celato la performance delle esportazioni agroalimentari italiane?

    Sostenere l’export agroalimentare rafforzerà le multinazionali del settore presumibilmente a scapito della PMI italiana ancora esistente.

    Qualche nome (in ordine di volume di fatturato totale, 2012): Unilever Plc/Unilever NV, Nestlè, Lactalis, Heineken N.V., Groupe Danone.
    Ferrero, la prima delle imprese italiane, sta al 12.mo posto in questa
    graduatoria.

    Se solo si guardasse con occhio attento (e competente) la struttura
    dell’economia agricola del paese, certo che dovremmo cambiare nome al Ministero, magari chiamandolo _“Ministero dell’alimentazione, agricoltura e sviluppo rurale”._

    Ma prima di cambiare il nome al Ministero sarebbe sicuramente più utile cambiare visione dell’agricoltura del paese, immaginando di
    valorizzare la capacità produttiva, di investimento e transizione
    agroecologica di quel milione di aziende agricole di piccola e media
    dimensione che restano la struttura portante dell’agricoltura italiano
    e della sua capacità di fornire occupazione oltre che alimenti di qualità prima di tutto al mercato interno nazionale ed europeo.

  • CONVOCAZIONE ASSEMBLEA GENERALE 30 GENNAIO 2015

    Come sempre, le assemblee sono aperte a chiunque intenda partecipare. Anche se formalmente non iscritto alla associazione.
    L’assemblea è l’unico luogo decisionale di Campi Aperti ed è anche un modo per approfondire la conoscenza dell’associazione, dei soci e rinforzare la fiducia all’interno della comunità della rete di aziende e co-produttori.
    Site tutti invitati.
    A sabato 30, dunque!

    aaaasini
    Carissimi,

    con la presente siamo (plurale maiestatis) a convocare la prossima

    ASSEMBLEA GENERALE
    il giorno
    SABATO 30 GENNAIO 2016
    presso
    VAG 61,

    in via Paolo Fabbri, 112 a Bologna

    ALLE ORE 14,30

    per discutere il seguente o.d.g.:

    1- sviluppo si/no e quale, per CA? Primi spunti dopo gli incontri con le realtà cittadine che ci hanno chiesto/offerto collaborazione;

    2- festività e mercati, quale orientamento in CA;

     3- presentazione delle linee di bilancio per il 2016 e del consuntivo 2015, tra cui: proposta di allaccio a fornitori di energia rinnovabile per i mercati di CA, quanti collaboratori con che remunerazione, orari lavoro dipendenti;

     
    3-  “situazione làbas”;
    4- bando del PSR per innovazione e tecnologia, c’è già un referente? (non chiedetemi cosa sia…);
    5- progetto sibiol: volume sedicesimo, capitolo decimonono.

    6- Varie ed eventuali

    Vi aspettiamo (sempre plurale maiestatis) numerosi.

    A presto

    Ppp p(luralemaiestatis)
  • A fianco di Labas: no alla speculazione all’ex caserma Masini

    Merola chiede a Labas di andarsene dalla ex caserma Masini.

    Anche noi, come il Sindaco di Bologna riconosciamo le conquiste di socialità che si sono ottenute a partire da quell’esperienza di riappropriazione di un bene comune.

    Non solo, ne facciamo parte attivamente, contribuendo ogni settimana a riempire di umanità quel pezzo di città.

    Certe frasi acquisiscono, però,  un tono minaccioso quando pronunciate in un contesto in cui le istituzioni cittadine impongono con violenza la legge dei garantiti, condannando uomini, donne e bambini alla strada e a pochi giorni dallo sgombero di Atlantide.

    Assistiamo sgomenti e inorriditi a questa ondata repressiva che vede il Comune di Bologna, se non complice, moralmente responsabile.

    Ci auguriamo, quindi, che queste frasi non preannuncino azioni che non potrebbero che obbligarci alla resistenza.

    Quegli spazi di riconquistata civiltà, in una città sempre più svuotata di relazioni umane, non possono essere soppressi per far posto alla speculazione, della quale, purtroppo, Bologna è invece piena.

    Campi Aperti per la Sovranità Alimentare

     

  • Quale modello?

    Leggo qui una dichiarazione del segretario della Camera del Lavoro di Bologna sul tema grandi opere in provincia di Bologna.

    Mi sembra grave.

    Grave che nel 2015, ancora, da parte di chi dovrebbe, per tutelare l’interesse dei propri iscritti, avere una visione un po’ più ampia dei problemi sul tavolo, ci si riferisca a vecchi schemi ormai consumati dal fango che essi stessi avevano prodotto.

    Ancora, nel 2015, dopo tutto quello che si è scoperto fosse camuffato dalla varie grandi opere: MOSE ed EXPO, per citare le prime due che rappresentano il cosiddetto “sistema Incalza”, si affida il rilancio dell’economia locale al cemento e all’asfalto?

    Cemento e asfalto che, di fatto, con buona pace del segretario CGIL, come ampiamente dimostrato negli anni, trasferiscono denari dalle tasche dei poveracci a quelle di chi già ne ha pure troppi, oltre a mascherare, spesso, corruttele varie e a comportare distruzione di suolo e consumo di risorse preziose e, a volte, rare .

    Si, perché, in questi giochini, a guadagnare non è mai il popolo. Anzi!

    Quello paga. Con le tasse, i pedaggi, la perdita di suolo fertile e conseguente obbligo al ricorso al cibo industrializzato, con le malattie da inquinamento, e via dicendo.

    Chi ci guadagna è, regolarmente, l’impresario, il padrone dell’impresa aggiudicataria dei lavori (spesso, poi subappaltati, fino al lavoro in perdita, buono per il riciclaggio dei denari sporchi), il cavatore che fornisce gli inerti (sottratti ad un suolo che sempre più è da considerare “Bene Comune”), i vari faccendieri che in queste occasioni spuntano da ogni dove.

    Mai che un soldino si sia fermato nelle tasche di un poveraccio. E quei pochi che vi hanno transitato, lo hanno fatto per poco tempo, subito trasferiti in quelle più capienti dei veri destinatari.

    Ecco, nel 2015, invocare le grandi opere per rilanciare lo sviluppo (e qui ci sarebbe da domandarsi: è poi desiderabile? e in quale forma?), mi sembra quantomeno in ritardo di qualche lustro.

    Lungi da me pensare che sia possibile un modello basato esclusivamente sull’agricoltura contadina. Ma una ripensata della sua visione di futuro, caro segretario, si impone, per evitare che quel futuro lì, basato su presupposti ampiamente smentiti dalla cronaca e dalla storia, ci costringa alla povertà e allo sfruttamento in eterno.

    Ché, poi, a ben vedere, di possibilità di intervento pubblico per stimolare l’economia come sostiene Lei, ce ne sarebbero a iosa. Basterebbe convincere HERA a rinunciare a distribuire una parte dei dividendi (anche tutti, magari) per mettere quei soldi in manutenzioni sulle reti e miglioramentio del servizio. Di buchi nei tubi da riparare – come di artigiani capaci di farlo – ce ne sono a bizzeffe. Basta pensare alle perdite – dichiarate dalla stessa holding – intorno al 20%. Oppure a rinunciare alla politica dell’incenerimento. Ci sarebbe da lavorare per 10 volte la forza lavoro impiegata attualmente (dati del Parlamento UE, non miei). Oppure dirottare una parte delle risorse stanziate dallo Sblocca Italia per le opere inutili e dannose (Orte-Mestre in testa) per avviare il recupero di beni pubblici devastati da  anni di incuria rispetto al territorio e di abbandono delle terre più marginali.

    Il modello a cui fa riferimento Lei, signor segretario della CGIL, è perdente, per le masse (discorso diverso per le oligarchie, come dicevo). Ormai lo abbiamo sperimentato. Sarebbe ora fatta, direi, di cercarne un altro.

  • Come preparare i bambini ad Expo

    Racconto di persona informata dei fatti di un laboratorio rivolto a bambini delle classi elementari (ora scuola primaria), svolto presso una struttura pubblica, progettato far conoscere le tecniche tradizionali di preparazione degli alimenti tipiche della civiltà rurale.

    In particolare pane e formaggio.

    Breve descrizione del laboratorio sulla caseificazione.

    Materiale occorrente: una bottiglia di latte pastorizzato di una nota marca (un tempo) locale e cooperativa; caglio; sale; fornello elettrico; pentolino; ramina; ciotole; contagocce.

    Procedimento: i bambini divisi in gruppi di cinque; apertura della bottiglia di latte pastorizzato e versamento dello stesso in pentolino posto sul fornello elettrico; bollitura del latte (“per sterilizzarlo“, come da informazione dell’operatore); porzionamento del latte ancora bollente nelle ciotole (una per ognuno dei 5 gruppi). A questo punto ai bambini viene consegnato il contagocce con la richiesta di versare 5 gocce di caglio a testa nel latte della ciotola (più o meno 200 cc), cioè circa 25 gocce di caglio complessivamente, ed il sale, da mettere, in ragione di un pizzico a testa, sempre nella ciotola (sempre i 200 cc).

    Mentre il caglio compiva il miracolo di far cagliare il latte pastorizzato e, probabilmente, già privato di parte della panna (ma a quelle dosi, avrebbe cagliato anche una tazza di tè, credo), l’operatore spiegava che “il latte, una volta, i contadini lo mungevano mettendo il secchio sotto la pancia della mucca(…)”.

    Cagliato il latte, l’esperto ha scolato il siero, trattenendo la cagliata con la ramina in dotazione e ha mostrato il risultato ai bambini, guardandosi bene dal far toccare il composto a chicchessia.

    Laboratorio concluso.

    Ora, al di là delle palesi frescacce tecniche, che un operatore, pagato con soldi pubblici, racconti ai bambini cose come “il latte, una volta, i contadini lo mungevano mettendo il secchio sotto la pancia della mucca(…)”, che in quel contesto vengono prese come oro colato, facendo intendere che i contadini non esistono più e che la tecnica di mungitura manuale è roba del passato, un po’ dovrebbe far pensare. Se poi a questo aggiungiamo che le insegnanti presenti erano particolarmente soddisfatte della prestazione e non hanno trovato nulla da eccepire, mi pare chiaro come ad Expo ed alle sue narrazioni fuorvianti ci si sia arrivati dopo lunga preparazione.

  • L’agricoltura biologica: la situazione nel contesto italiano e globale

    Ricevo da Alberto Berton, economista, tra gli organizzatori del convegno di presentazione del Manifesto di Brescia sull’agricoltura ecologica, il testo del suo intervento tenuto in quella occasione.

    Mi sembra interessante, sia perché ripercorre la nascita dell’agricoltura biologica, sia perché, proprio a partire da quella  storia, introduce una critica alla deriva attuale del sistema del bio a livello nazionale ed internazionale.

    Una buona lettura, insomma.

    Pierpaolo

    ———————————————-

    L’agricoltura biologica: la situazione nel contesto italiano e globale
    di Alberto Berton

    Come ama ricordare Giorgio Nebbia citando Shakespeare, “il passato è prologo”. Seguendo questo prezioso insegnamento, per cercare di comprendere la situazione dell’agricoltura biologica nel contesto italiano e globale, prima di analizzare gli eclatanti dati quantitativi di crescita, pensiamo sia utile ripercorrere, seppur brevemente, alcuni degli eventi che hanno mosso la storia dell’agricoltura biologica.
    L’agricoltura biologica nasce nel periodo tra le due guerre mondiale, come reazione contro i primi sviluppi dell’agricoltura industriale.
    Nel 1913 venne inaugurata a Oppau, in Germania, la prima grande fabbrica per la produzione industriale dell’ammoniaca. Grazie al processo messo a punto dai due chimici tedeschi Fritz Haber (1868-1934) e Carl Bosch (1874-1940), denominato appunto il processo Haber-Bosch, per la prima volta si riuscì a sintetizzare in modo efficiente l’azoto, partendo dalle abbondantissime quantità di gas contenute nell’aria. La sintesi dell’azoto permise alla Germania di affrancarsi dalla dipendenza delle importazioni di salnitro cileno, necessario soprattutto per la produzione di esplosivi e di fertilizzanti azotati, la cui importanza per la fisiologia delle piante, insieme a quella di fosforo e potassio, era stata dimostrata da Justus von Liebig (1803-1873) nei primi anni ’40 dell’Ottocento. Le prime produzioni di ammoniaca dell’impianto di Oppau vennero destinate alla fabbricazione di esplosivi, ma nel corso della prima guerra mondiale l’azoto di sintesi venne massicciamente utilizzato dall’agricoltura tedesca1.
    Nello stesso tempo negli Stati Uniti era iniziata la cosiddetta Golden Age of Agriculture (1910-1920), un periodo di grande prosperità per gli agricoltori americani grazie all’aumento della domanda interna e delle esportazioni verso i Paesi europei belligeranti. I prezzi dei prodotti agricoli crebbero più velocemente dei prezzi degli altri generi di consumi, dei beni strumentali e degli immobili, situazione che determinò un aumento massiccio della produzione agricola ottenuto trasformando le grandi praterie americane in monoculture cerealicole altamente meccanizzate.
    Il massiccio riscorso alla fertilizzazione azotata in Germania e in altri paesi europei come Inghilterra e Italia, non tardò a manifestare danni al suolo (mineralizzazione, compattazione, perdita di ritenzione idrica) e al metabolismo delle piante (i cui cultivar erano inadatti ad alte concentrazioni di azoto nel terreno). Dopo la prima guerra mondiale la Germania soffrì di un calo drammatico delle rese agricole (fino al 40%) che solo alla fine degli anni ’30 ritornarono ai livelli pre-bellici.
    Nelle immense campagne americane, alla Golden Age fece seguito prima la devastante crisi economica e sociale degli anni ’20 e, subito dopo, l’ancora più devastante crisi ecologica delle Dust Bowl, una lunga serie di tempeste di sabbia e polvere che, nel corso degli anni ’30, colpirono un’area di 40 milioni di ettari nelle Great Plains causando la migrazione di milioni di contadini. La siccità ciclica tipica dell’area interessata, unita alla lavorazione meccanizzata del terreno dedicato pratiche monoculturali che lasciavano scoperto il suolo durante il periodo invernale, furono le cause principali di questo fenomeno.
    In questo contesto storico di crisi della nascente agricoltura industriale, si svilupparono così in Europa e negli Stati Uniti filoni di pensiero eterogenei accomunati dall’idea che il mantenimento della fertilità organica del suolo sia la prima condizione per la sostenibilità dei sistemi agricoli.
    Fu dall’amalgama delle idee di questi diversi filoni che nacque l’agricoltura biologica, le cui origini normalmente vengono rintracciate nella scuola tedesca di biologia del suolo (Albert Bernhard Frank, Hermann Hellriegel, Hermann Wilfahrt) che aveva fatto luce sulle relazioni simbiotiche tra piante e batteri che permettono naturalmente di fissare l’azoto atmosferico nel suolo; nel movimento culturale tedesco della “Life Reform” collegato a quello americano della “Food Reform”; nel filone esoterico dell’agricoltura biodinamica (Rudolf Steiner, Ehrenfried Pfeiffer); nella scuola inglese dell’organic agriculture (Albert Howard, Robert McCarrison, Eve Balfour) che darà poi vita a Soil Association; nel gruppo di scienziati esperti di protezione del suolo, sviluppo territoriale e ecologia, denominato Friends of the Land, formatosi negli Stati Uniti a seguito della crisi delle Dust Bowl durante i “Dirty Thirties” (Edward H.Faulkner, Louis Bromfield, Aldo Leopold, Hugh H. Bennett).
    La letteratura internazionale solitamente allarga l’elenco dei “pionieri” fino ad arrivare alla scuola francese dell’agriculture biologique (Claude Aubert) e a quella svizzera dell’agricoltura organico-biologica (Hans Muller, Maria Muller). Normalmente assente, nell’elenco suddetto, la tradizione scientifica dell’agricoltura biologica italiana che ha come padre indiscusso la figura dell’agronomo emiliano Alfonso Draghetti (1888-1960), direttore per oltre un trentennio della Stazione agraria sperimentale di Modena, la più prestigiosa istituzione agronomica dell’Italia unificata (il cui edificio, insieme a quanto ancora contiene, è lasciato oggi in stato di abbandono nell’attesa di essere venduto ai privati).
    Alfonso Draghetti nel suo testamento scientifico, “Fisiologia dell’azienda agraria” del 1948, espone la sua concezione “organica” dell’azienda agricola come corpo (oggi si direbbe sistema) composto da parti attive (terreno geologico, suolo, coltivazioni, stalla, concimaia) interconnesse da circolazioni (flussi) di materia organico-minerale. L’obiettivo di una corretta gestione agronomica è la “perennazione” (sostenibilità nel tempo) dell’azienda agricola, capace autonomamente di generare un flusso costante di prodotti agrari e zootecnici per il mercato. L’ideale agricolo è quello dell’azienda mista latina, basata sulla rotazione di cereali e foraggere, sulla componente animale bovina, e sull’utilizzo accorto delle leguminose, del letame e del composto per ripristinare la fertilità del suolo.
    A partire dagli inizi degli anni ’30, Alfonso Draghetti organizza un rigoroso piano di miglioramento nell’azienda sperimentale di San Prospero di Secchia, scelta appositamente per la situazione degradata del suolo, tramite il quale dimostra che, grazie ad una corretta gestione biologica dell’azienda, senza necessità di continui input artificiali esterni, la produzione di materia organica complessiva e di produzione vendibile più che raddoppia nel corso del quindicennio di sperimentazione.
    Dalla fine della Seconda guerra mondiale a tutti gli anni ’50, l’interesse per agricoltura biologica rimase confinato in ambienti marginali, e l’agricoltura contadina venne in gran parte travolta dal successo dell’agricoltura e zootecnia industriale che grazie agli sviluppi della genetica, della meccanizzazione, dei sistemi di irrigazione, della farmacologia e della produzione e utilizzo di pesticidi raggiunse dei risultati produttivi (immediati) miracolosi. Come è noto, questo incanto fu rotto all’inizio degli anni ’60 con la pubblicazione del libro della biologa americana Rachel Carson (1907-1964) tradotto in italiano con il titolo “Primavera silenziosa” (1962) che, denunciando l’uso indiscriminato degli insetticidi come il DDT, fece nascere il movimento di contestazione ecologica.
    All’attacco contro l’agricoltura industriale seguì poco dopo quello contro la zootecnia industriale, che vide la sua espressione più compiuta nel libro del 1964 dell’attivista inglese Ruth Harrison (1920-2000), con prefazione della stessa Rachel Carson, intitolato “Animal Machines” che denunciò per prima volta la crudeltà dei nuovi metodi di allevamento industriale, come quello dei vitelli basato sull’ingrasso forzato con alimenti incompleti in gabbie di legno completamente buie, pensando in tal modo di aumentare la quantità di carne anemica. La denuncia della Harrison sugli allevamenti intensivi stimolò la redazione di uno dei primi rapporti pubblici sul benessere animale, il Brambell Report (1965) che venne poi preso come base per le successive legislazioni comunitarie in materia.
    Alla fine degli anni ’60 il movimento ecologista e il movimento pacifista, convergenti verso la contestazione contro le grandi industrie chimiche produttrici sia di prodotti per l’agricoltura che di prodotti per la guerra, diedero un nuovo rinnovato impulso all’agricoltura biologica, il cui interesse si diffuse in tutto il mondo tra i giovani della generazione del ’68. Seguendo il sentiero dell’ inglese Soil Association, fiorirono in diversi paesi le prime associazioni del biologico come l’italiana Suolo e Salute, fondata nel 1969 a Torino da un gruppo di medici e agronomi tra cui ricordiamo il Prof. Francesco Garofalo, che sostanzialmente riposizionò l’agricoltura biologica italiana sul solco scientifico tracciato da Alfonso Draghetti. Nel 1972 venne poi creata l’International Federation of Organic Agriculture Movements (IFOAM) che creò la piattaforma comune per lo sviluppo dei primi standard per le produzioni biologiche condivisi a livello internazionale.
    La crisi petrolifera del 1973 stimolò le prime analisi relative al problema della dipendenza del sistema agro-alimentare industriale alle risorse esauribili, analisi che (come quelle dell’entomologo americano David Pimentel e del giornalista scientifico inglese Gerald Leach) misero in luce non solo la maggiore efficienza energetica dell’agricoltura contadina e biologica rispetto a quella industriale, ma anche gli enormi sprechi che avvengono all’interno di tutto l’industrial food system (input agricoli, trasporto, produzione agricola, trasporto, trasformazione, trasporto, distribuzione, trasporto, preparazione) all’epoca ormai dominato, negli USA come in Inghilterra, dalle grandi aziende di trasformazione e di distribuzione, e dai relativi trasporti su gomma.
    Dopo la fase di contestazione e di analisi, verso la fine degli anni’70, negli Stati Uniti come in Europa, si assistette al cosiddetto back-to-the-land movement, ovvero al fenomeno del ritorno alla terra che portò migliaia di ragazzi provenienti dalle città a trasferirsi nelle aree rurali abbandonate per fondare comunità agricole biologiche. Fu in questo contesto che in Italia, ad esempio, nacquero quelle che poi diverranno le realtà pionieristiche del biologico nazionale tra le quali ricordiamo la Cooperativa Alce Nero nelle Marche, la Cooperativa Il Sentiero e la Cooperativa Iris in Lombardia, la Cooperativa Valli Unite in Piemonte, la Cooperativa Ottomarzo in Veneto.
    Contemporaneamente, a partire dalla prime esperienze di gruppi di acquisto, si crearono i primi modelli distributivi biologici ed ecologici, fondati su una forte condivisione etica e valoriale, nonché politica, come la Cooperativa Il Sole e la Terra di Bergamo e Scarabée in Francia à Rennes, che sarà poi determinante per la nascita della rete delle Biocoop, oggi la più importante rete distributiva di prodotti biologici in Francia basata su un modello cooperativo unico tra produttori, negozianti e consumatori.
    Verso la fine degli anni ’80 le aziende agricole e i negozi del biologico si strutturarono e professionalizzarono, contemporaneamente fiorì una miriade di progetti distributivi specializzati, iniziò a manifestarsi un interesse più diffuso da parte dei consumatori per i prodotti biologici, sempre più apprezzati per le loro valenze salutistiche, etiche e ambientali. Si assistette inoltre alle prime sperimentazioni di vendita di prodotti biologici nelle catene di supermercati come Tesco e Sainsbury in Inghilterra. Contemporaneamente l’agricoltura biologica iniziò a destare interesse anche a livello di politica agricola europea, sia per le valenze ambientali sia per la presunta minore produttività rispetto all’agricoltura industriale, le cui eccedenze erano causa di sprechi e disequilibri giganteschi.
    Fu così che nel 1991, a tutela dei produttori e dei consumatori confusi dal proliferare di standard nazionali e privati, nonché come base per il lancio di incentivi al settore agricolo, venne emanato il primo regolamento europeo sulla produzione e sull’etichettatura degli alimenti biologici di origine vegetale, il Regolamento 2092/1991. A quest’ultimo seguì il Regolamento 1804/1999 che disciplinò le produzioni animali biologiche e diverse modifiche al Reg. 2092/91 che, tra l’altro, introdussero un logo comunitario per il biologico.
    Dal 1999 al 2001, a seguito dello scandalo della “mucca pazza” e del crescente timore per gli OGM, si assistette al fenomeno del “bio che boom”, ovvero all’aumento repentino della domanda causato anche dall’ingresso della grande distribuzione nel settore con lo sviluppo di prodotti a marchio proprio (in Italia prima Esselunga e poi a seguito Coop e le altre catane). In pochi anni (dal 1999 al 2004) le superfici a regime biologico nel mondo triplicarono, riuscendo a seguire la crescita del mercato. Dal 2007 in poi, si è allargato però sempre di più la forbice tra la crescita del mercato (che dal 1999 al 2013 è sestuplicato) e la crescita più contenuta e diversamente distribuita della superficie a biologico (che nello stesso periodo è soltanto quadruplicata) .
    Dando uno sguardo alle statistiche più attuali (aggiornate al 2013) relativamente ai primi 10 Paesi in termini di superficie agricole a biologico, vediamo che l’Italia si posiziona al sesto posto come superficie complessiva, spiccando però come il paese con la maggiore percentuale della SAU a biologico (oltre il 10%), il maggior numero di aziende agricole biologiche (oltre il 20% delle quali però è a gestione “mista” biologica e convenzionale), il più grande valore di esportazioni (oltre un miliardo di dollari). In questo elenco notiamo inoltre che il valore della superficie media delle aziende biologiche italiane è il più piccolo (29 ha). Le aziende italiane del resto sono localizzate prevalentemente nelle aree collinari e montane, dove con il passaggio generazionale si è recuperata innovandola la tradizione dell’agricoltura familiare latina, da sempre molto vicina alle metodologie del regime biologico.
    Sotto diversi aspetti si è posto però da qualche anno il problema della cosiddetta “conventionalization” dell’agricoltura biologica, ovvero della sempre più marcata acquisizione da dell’agricoltura biologica di caratteri tipici del sistema agro-industriale, quali il sempre più spiccato processo di globalizzazione (evidente dal disequilibrio tra la distribuzione mondiale dei terreni a regime biologico e delle vendite al dettaglio) , l’acquisizione di “marchi” biologici storici da parte dell’industria agroalimentare, la posizione di dominanza che la grande distribuzione sta acquisendo nel settore con i propri marchi commerciali “bio”, lo sviluppo di aziende biologiche industriali che, seppur conformate ai vari regolamenti nazionali, adottano una genetica agricola e animale selezionata per il convenzionale ed una gestione aziendale basata principalmente su input esterni (certificati).
    Per fronteggiare il problema della “convenzionalizzazione” , nel 2005 IFOAM, attraverso un processo partecipativo piuttosto complesso, è giunta a definire e ribadire quelli che dovrebbero essere i “principi” fondamentali dell’agricoltura biologica, due di carattere scientifico (salute ed ecologia) e due di carattere etico (equità e cura).
    In questo contesto estremamente critico per il futuro dell’agricoltura biologica, l’Italia, oltre a brillare per i dati di crescita, si è distinta, almeno in Europa, per i continui casi di frode che si sono susseguiti con ritmo incessante dal 2011 a giorni nostri (Gatto con gli stivali, Green War, Bio Bluff, Aliud pro oliio, Vertical Bio) e che hanno mostrato delle debolezze imbarazzanti nel sistema di controllo basato sugli organismi di certificazione privati, a loro volta controllati dall’Autorità pubblica.
    Le variazioni quantitative dei cereali e delle colture industriali (mais e soia soprattutto) importate in Italia dai paesi dell’Europa non UE, tra il 2011 (anno dello scandalo del Gatto con gli Stivali) e il 2012, importazioni che sono passate in un anno da oltre 90.000 tonnellate a 2.000 tonnellate scarse, danno un’idea della gravità del problema che ha scatenato profondi conflitti tra Federbio (la principale organizzazione di rappresentanza del biologico italiano, espressione in particolar modo degli interessi degli organismi di controllo e dell’industria di trasformazione e di distribuzione) e l’ufficio agricoltura biologica del MIPAFF.
    Sotto osservazione diretta delle autorità comunitarie, l’Italia ha dovuto così adottare, a partire dal 2012, delle profonde modifiche all’organizzazione del sistema di controllo biologico (come l’obbligo per le aziende ad assoggettarsi ad un unico organismo di controllo) e a dare l’avvio al Sistema Informatico Biologico pensato per gestire centralmente dati fondamentali quali l’elenco della aziende assoggettate al sistema di controllo biologico e i piani annuali di produzione. Parallelamente al lento avvio del SIB, non ancora operativo per la gestione dei dati molti sensibili relativi ai piani di produzione, Federbio sta cercando di implementare un sistema di controllo alternativo, basato su una piattaforma tecnologica estremamente sofisticata gestita su base privatistica.
    In questa situazione estremamente critica è andata poi maturando la recente proposta di modifica del Regolamento europeo sul biologico, il cui obiettivo dichiarato è quello di rafforzare l’integrità del prodotto biologico mantenendo l’agricoltura biologica coerente con i propri principi di base.
    E’ in quest’ottica che devono essere viste le ipotesi di modifica al sistema dei controlli in essa contenute, che vanno dal passaggio del focus ispettivo per le importazioni dalle analisi documentali di processo alle analisi chimico-fisiche dei prodotti, l’eliminazione dal sistema delle aziende miste (biologiche e convenzionali) e le varie deroghe nazionali, regionali e provinciali che permettono di utilizzare nel biologico materiali (come le sementi) e metodologie (come la monocultura) tipiche dell’agricoltura industriale.
    Federbio, in Italia, si è subito dichiarata contraria a queste ipotesi di modifica e la Germania, insieme ad un piccolo gruppo di Paesi nord-europei, è riuscita a congelare la proposta sul cui proseguo o rigetto di dovrà decidere a breve.
    Coerenza con i principi o adesione remissiva alle richieste sempre più pressanti dell’industria alimentare e, soprattutto, della grande distribuzione: è questo il problema cruciale che l’agricoltura biologica si trova oggi di fronte. In Italia, dove il dibattito internazionale sulla cosiddetta “convenzionalization” non ha destato particolare interesse, si sta facendo avanti l’idea che l’agricoltura biologica debba necessariamente porsi in sinergia con l’agricoltura industriale, abbandonando l’antagonismo tipico del passato, giudicato “ideologico”2. Del resto, il presidente di Federbio, Paolo Carnemolla, ha recentemente affermato: “Se vogliamo che tutti i consumi alimentari tendano al bio non possiamo prescindere da un’industrializzazione crescente”3.

    Il problema che intendiamo sottolineare, in conclusione di questo scritto, è che l’adesione passiva ad alcuni dei caratteri del sistema agro-alimentare industriale (forte dipendenza da input esterni, globalizzazione, lunghe filiere di trasformazione, di impacchettamento e di distribuzione) non riflettono tanto un atteggiamento “laico” o “post-ideologico” quanto piuttosto un rigetto dei principi di base dell’ecologia, che è il vero fondamento storico e scientifico dell’agricoltura biologica.
    L’agricoltura biologica, del resto, con i suoi 43 milioni di ettari di superficie coltivata, rappresenta oggi meno del 3% della superficie agricola coltivata del pianeta ed è quindi è ben lungi dal rappresentare un’alternativa globale all’agricoltura industriale.
    Per questo crediamo che l’adesione ai principi piuttosto che al mercato, rappresenti la via più coerente con la storia dell’agricoltura biologica e, nel contempo, la via più promettente per costruire un futuro diverso e alternativo rispetto al sistema agro-industriale che, come si è detto nel Manifesto di Brescia, presenta delle crepe e delle vibrazioni pericolose e, aggiungo, sta vedendo il biologico ( e il commercio equo e solidale) solo come un modo per mascherare le proprie contraddizioni e, ovviamente, per generare profitti.

    1-Il processo Haber-Bosch rappresenta ancora oggi il metodo prevalente di produzione dell’ammoniaca e quindi dei fertilizzanti azotati. Il processo consuma attualmente tra l’1 e il 2% della produzione annuale di energia a livello mondiale (dal 3 al 5% della produzione di gas naturale). Si stima che oltre un terzo della popolazione mondiale dipenda per la propria sussistenza alimentare da questo processo e che oltre la metà dell’azoto presente nei tessuti umani sia di derivazione sintetica.

    2-Si legga al riguardo il recente articolo di Duccio Caccioni, dal titolo “Un biologico post-ideologico”: http://www.expo.rai.it/biologico-post-ideologico-caccioni/

    3- “Il rischio industrializzazione nel mondo del biologico” di Paolo Carnemolla, 17/01/2014 in Pensieri e Parole: http://www.teatronaturale.it/pensieri-e-parole/editoriali/18422-il-rischio-industrializzazione-nel-mondo-del-biologico.htm

  • Piazza Scaravilli – Rinviata al 18 l’apertura del mercato

    Piazza Scaravilli – Rinviata al 18 l’apertura del mercato

    Attenzione! Attenzione!

    Il mercato di P.zza Scaravilli aprirà i battenti il 18 maggio p.v.

    La sofferta decisione di rinviare di una settimana è stata assunta a causa della concomitanza con una iniziativa di una associazione studentesca che allestirà i propri stand proprio in quei giorni.

    Ci scusiamo, ma vi assicuriamo che faremo di tutto per offrirvi il miglior mercato possibile.

    Vi aspettiamo. Portate amici.

  • Scaravilli – Rinviata l’apertura del Mercato

    Attenzione! Attenzione!

    Il mercato di P.zza Scaravilli, aprirà i battenti il 18 maggio.

    La sofferta decisione di rinviare l’avvio di una settimana è stata presa a causa dell’allestimento di una festa di una associazione studentesca che occuperà la piazza proprio in quei giorni.

    Ce ne scusiamo con tutti, ma faremo l’impossibile per fare il migliore mercato possibile.

    Vi aspettiamo il 18!

    Spargete la voce.

  • Punti di vista

    Lo dico a mo’ di premessa: io sono un nonviolento, contrario alla violenza espressa in tutte le sue forme.

    Detto questo, secondo me occorre, visti i fatti dei giorni scorsi, affrontare una scomoda ma necessaria ponderazione della violenza espressa in occasione di Expo 2015.

    Da una parte i Black Bloc che hanno spaccato vetrine e incendiato auto per diverse centinaia di metri, facendo molto fumo e tanto rumore. Rumore tanto forte da coprire gli slogan gridati e le canzoni cantate dal resto del corteo all’interno del quale si erano inseriti. Ma soprattutto, tanto forte da oscurare i contenuti di quegli slogan e di quelle canzoni.

    Tanto forte da coprire anche le voci che si sono alzate dalle altre manifestazioni nei giorni seguenti.

    Nessuno, infatti, che abbia seguito tramite i media “convenzionali”, ha capito un accidenti del perché si sia tenuta una manifestazione il giorno dell’inaugurazione dell’Expo, se non per fornire l’occasione a qualche giovinastro vestito di nero per sporcare la pulitissima Milano. Ché, altrimenti, non avrebbe saputo dove sporcare, essendo detti giovinastri dediti unicamente a tale attività (come testimoniato dalla famosa intervista rilasciata da uno di questi, a volto scoperto e per un tempo infinito, nel corso di una manifestazione con i celerini ad un passo, ad un giornalista del TgCom24. Lui sì che ci ha messo la faccia! Anche se il sospetto che l’intervista sia un po’ farlocca, un po’ mi viene).

    Dalla parte opposta, dentro i cancelli della fierona mondiale della magnazza, la rappresentazione di violenze perpetrate globalmente e in continuo ai danni di tanti esseri umani e del pianeta (l’unico, faccio notare, a nostra disposizione) su cui questi poveri esseri a due zampe si ostinano a vivere.

    Ora, il paragone del livello di violenza espresso dai due soggetti (collettivi, ça va sans dire) citati è assolutamente incommensurabile.

    Però, se i media prestassero un po’ di attenzione alle dimensioni dei fenomeni, sicuramente il premio Attila per la devastazione lo vincerebbe alla grande il raggruppamento interno ai cancelli.

    Si, proprio quello infighettato e lucidato, che espone l’immagine di qualcosa che esiste solo nei deisideri e nei progetti di quei signori: un pianeta nutrito dai grandi brand dell’agroalimentare.

    Quello in cui si beve coca cola e si mangia un hamburger o un cracker appena estratto dal suo cellophane, contenuto in un cartoncino, avvolto da una plastichina (ma noi siamo contro lo spreco, ovviamente!), magari spalmato di un omogeneizzato di carne in barattolo appena comprato in uno dei padiglioni dell’eccellenza del food made in ea… pardon, italy.

    Quello in cui la frutta è sotto forma di succo, concentrato in uno stabilimento sulla costa brasiliana. Dove operai trasformano, con salari da fame, frutta raccolta nelle piantagioni, sottratte alla foresta amazzonica, da semi-schiavi, spesso irrorati, insieme agli alberi dai quali staccano i pomi, con principi attivi spesso banditi nell’occidente. Concentrato che poi viene trasportato per migliaia di kilometri (ma noi siamo contro lo spreco, badate bene!) con relativo consumo di carburanti fossili e aumento della CO2 in atmosfera, in un altro stabilimento industriale per essere diluito con acqua, sottratta alle comunità locali, per poi essere di nuovo reinviato via mare o aereo o camion (altra CO2) fino al magazzino di una qualche catena di supermercati. Qui verrà finalmente movimentato dai semi-schiavi nostrani. Gli addetti alla logistica assunti da sub-appaltatori dei sub-appaltatori. Quasi tutti immigrati, ricattabili, provenienti da un’africa depredata e nella quale gran parte della terra agricola non è più nella disponibilità degli abitanti di quei luoghi, in quanto accaparrata da qualche gruppo finanziario per specularci sopra, o da qualche paese lungimirante e pieno di danari per garantirsi il granaio il giorno dopo l’apocalisse.

    Nonostante le signifcative perdite durante il trasporto (remember Triton?), di questa mano d’opera facilmente ricattabile, ne produciamo quasi più che di frutta da concentrare.

    Ma questi sono solo esempi delle potenzialità del modello messo in vetrina ad Expo 2015.

    A questi si possono aggiungere, se ci si volesse concentrare sul locale, le centinaia di ettari sottratti per sempre all’agricoltura per la cementificazione necessaria ad ospitare la fierona. E la precarietà, se non la schiavitù, legalizzata ad Expo per permettere a chi di dovere di guadagnare ancora un po’ di più. E i morti sui cantieri. E la ‘ndrangheta infiltrata. E le mazzette. E il debito che ci troveremo a pagare noi per gli anni a venire (perchè tutto si socializza, tranne i profitti, ovviamente).

    Qualcuno, in un post su un social network, qualche giorno fa ha detto che “Expo non è il male assoluto, ma la fiera di tutto il male possibile”. Non era vero. Mancava qualcosa. Ce l’hanno messa i Black Bloc.

    Ma anche senza, mi azzardo ad affermare che ce n’era già abbastanza.

  • Il Manifesto di Brescia: convergenze e divergenze.

    Il Manifesto di Brescia: convergenze e divergenze.

    Leggendo il Manifesto di Brescia, che verrà presentato nel corso di un convegno presso la Fondazione Luigi Micheletti che si terrà tra il 20 ed il 22 aprile prossimi, soprende come anche il mondo accademico ormai giunga a conclusioni simili a quelle che Campi Aperti e tutto il movimento per l’agricoltura contadina ormai da anni propongono.

    Eh si, son soddisfazioni!

    Poi leggi meglio e analizzi i promotori del convegno e… dispiace un po’ che alcuni degli organizzatori del convegno, dopo aver condiviso certe affermazioni, si facciano poi irretire dalla chimera Expo, senza comprenderne fino in fondo la perniciosità e, di fatto, contribuendo ad alimentare quel sistema che dichiarano di voler superare.

    O, forse, proprio comprendendo bene in che gioco si sono infilati e scegliendo, quindi , la complicità?

    Si pone, a noi che non siamo stati irretiti, credo, il problema di come (se è possibile) aumentare la diffusione di questi temi, soverchiando la potenza mediatica di soggetti più “rumorosi” che poi si rivelano utili collaboratori del sistema. Esche che nascondono l’amo del modello dominante per soggetti che vorebbero sfuggirgli.

    Mentre alcuni, che capisco e in qualche modo mi affascinano, sono per adottare una linea di intransigente autosufficienza per evitare di farsi fagocitare – come successo agli aderenti all’Expo dei Popoli, per esempio – a me viene il dubbio che questo processo di progressivo isolamento in riserve omogenee per pensiero finisca col portarci al collasso insieme al resto del sistema. Non si tratta, cioè, sempre a mio personalissimo parere, di accrescere il numero (come, poi?) dei sostenitori della nostra visione alternativa, ma di farlo contemporaneamente alla sottrazione del maggior numero possibile di aderenti al modello dominante. Cosa che non si può fare se non andando a pescare nello stagno altrui, temo.

    La crisi, chiaramente, potrebbe determinare un terreno fertile per l’attecchimento di proposte alternative. Oppure accelerare la degradazione e avvicinare il momento dell’implosione, economica ed ecologica, del sistema globale.

    Il discrimine, credo, si giocherà nella capacità di chi pratica esperienze di resistenza reale, di includere i soggetti marginalizzati dal liberismo, prima che cadano nella trappola – preparata da tempo – del modello del consumismo per tutte le tasche, egregiamente esemplificato dai discount. E svelando l’amo di cui sopra al resto delle prede predestinate.

    Ma, per compiere questa operazione, quale mediazione è accettabile? E’ possibile determinare a priori il livello di contaminazione sopportabile senza perdita di contenuti? Oppure le contaminazioni sono tutte inaccettabili ed è meglio tenersi alla larga anche solo dal pericolo di essere accomunati a qualcuno dei “nostri nemici”?

    E il rischio di contaminazione è evidentemente reale, se si sceglie di spostarsi da uno specchio d’acqua ad un altro.

    Per non parlare poi del pericolo rappresentato da coloro che governano il riempimento degli stagni: i politici. Si può aprire una vertenza con il gestore del rubinetto, senza che questo determini la fine dell’alterità che incarniamo?

    Confesso di essere combattuto, ma, forse, i tempi bui che stiamo attraversando e che ci stanno conducendo al collasso sociale ed ambientale richiedono una pragmaticità che dobbiamo concederci anche a scapito di una parte della nostra identificabilità.

    Forse, la via di uscita è rappresentata da una radicalità delle pratiche, affiancata dalla disponibilità al confronto con il resto dei soggetti politici attualmente sulla scena.

    O è solo un’illusione auto-assolutoria?

    Pierpaolo