Categoria: PerLaRete

  • Guerra e grano, falsa retorica

    Come Campi Aperti ci uniamo ad Associazione Rurale Italiana per fare chiarezza rispetto agli allarmi lanciati dal mondo agroindustriale sull’attuale crisi bellica in Europa dell’Est. E’ stato già sottolineato da ECVC, il  Coordinamento Europeo Via Campesina, che la guerra sta venendo usata come leva per annullare le poche buone conquiste ambientali e sociali della nuova PAC e delle strategie europee (QUI il comunicato).

    Ma quale peso ha realmente l’import-export da Russia e Ucraina? 
    Quali paesi fragili a livello alimentare sono più a rischio?
    A chi giova questa crisi, e chi sta speculando sul rialzo dei prezzi del grano?
    La sovranità alimentare dell’Italia e dell’Europa è a rischio a causa della guerra o di scellerate politiche a favore di pochi?

    Leggete e diffondete il nostro documento di analisi per scoprire di più su quella che si configura come una crisi industriale, più che come una crisi alimentare.

    Ripubblichiamo il testo dell’analisi:

    LA LOGICA DELLA BORSA NERA E IL “NON FACCIAMO MANCARE IL PANE AGLI ITALIANI


    NOTA INFORMATIVA A CURA DI ARI ASSOCIAZIONE RURALE ITALIANA
    12.03.2022


    E’ vero, la guerra non fa sconti a nessuno, moltissimi soffrono e piombano nella povertà e pochi si arricchiscono in modo insperato. La barbarie si concentra nella guerra producendo atti terribili che sono immaginabili commessi da esseri umani. Tra i più terribili c’è quello di creare la penuria, gridare alla penuria, per poi vendere il cibo a borsa nera.
    Per fare il pane serve la farina, cioè il grano, e per produrre carne e latte nei grandi allevamenti industriali serve il mais. Allora vediamo a che punto siamo con i dati aggiornati al 11.3.2022 (fonte: http://www.amisoutlook.org/).


    1. Manca il grano nel mondo o in UE?
    La produzione di grano del 2021 è ancora proiettata vicina al record della stagione precedente, poiché le revisioni al ribasso per la produzione nell’UE, in Iraq e in Paraguay sono bilanciate da un’ulteriore revisione al rialzo per la produzione dell’Australia.
    L’utilizzo nel 2021/22 è destinato ad aumentare dell’1,5% rispetto al 2020/21, nonostante una correzione al ribasso questo mese che riflette in gran parte il minore utilizzo in India a causa delle maggiori esportazioni.

    Il commercio nel 2021/22 (luglio/giugno) è previsto ad un livello record ed è stato aumentato questo mese grazie ad una domanda maggiore del previsto dal Kazakistan e dall’Arabia Saudita, e a vendite più alte del previsto da Australia e India.
    Le scorte (per il 2022) sono ora previste leggermente al di sopra dei livelli di apertura dopo una revisione al rialzo questo mese, soprattutto nell’UE, a causa di una revisione dei dati storici di produzione e di esportazioni inferiori previste”. (fonte: http://www.amisoutlook.org/)

    Vale la pena di ricordare che, con le previsioni al 3 marzo 2022, solo il 25% del grano prodotto sarà commercializzato a livello globale.


    2. Manca il mais?
    La produzione di mais nel 2021 è aumentata grazie alla maggiore produzione prevista in India e nell’UE, ed è ancora prevista verso un livello record, il 3,7% al di sopra della scorsa stagione.
    L’utilizzo nel 2021/22 è aumentato marginalmente m/m e si prevede un aumento del 2,6% rispetto al 2020/21, spinto in gran parte da un maggiore uso industriale e di mangimi.
    Il commercio nel 2021/22 (luglio/giugno) dovrebbe ancora scendere al di sotto del livello del 2020/21, dell’1,7%, nonostante una correzione al rialzo questo mese sostenuta da importazioni ed esportazioni più elevate da parte dell’UE.
    Le scorte (per il 2022) sono aumentate grazie a stime più alte per l’UE e l’India, derivanti da revisioni della produzione, che aumentano ulteriormente l’aumento previsto delle scorte globali sopra i livelli di apertura al 3,3 percento (fonte: http://www.amisoutlook.org/).
    Solo il 15 % del mais prodotto a livello mondiale, alla data del 3 marzo 2022, sarà venduto sul mercato mondiale.

    3. Mancano le materie prime?
    E’ prevedibile come sostengono in molti “una forte mancanza di materie prime agricole”? Chi subirà questa mancanza? Quali paesi? Quali industrie? Quali settori? Quali sistemi di produzione agricola? Dobbiamo rispondere a queste ed altre domande se vogliamo separare “il grano dal loglio”


    La mancanza di materie prime sarà lieve e di facile riaggiustamento per la UE come tale visto che questa è il primo esportatore mondiale di prodotti dell’agroalimentare. L’UE ,I dati che seguono sono dell’organizzazione Mondiale del Commercio (OMC):https://www.wto.org/english/res_e/statis_e/wts2021_e/wts21_toc_e.htm copre il 36,3% delle esportazioni agroalimentari, mentre gli USA solo il 9,5%. Tra il primi dieci paesi esportatori non figurano né Russia né Ucraina.
    Però la UE è anche il primo paese per importazione di prodotti agroalimentari con il 32.4% del totale, seguito dalla Cina con l’11,7%. La Russia si colloca all’ottavo posto con un modesto 1,6%.
    Più in dettaglio, se diamo uno sguardo al solo commercio internazionale di prodotti alimentari, questi sono i dati. La UE è la prima economia esportatrice con il 36,3% del totale, seguita dagli USA con il 9,2%. Tra i primi 10 non figura né la Russia né l’Ucraina. Le importazioni di prodotti alimentari sono così suddivise. La UE realizza il 33%, gli USA il 10,3% seguiti dalla Cina con il 10, 1%. La Russia, sempre in ottava posizione, con un 1,8% (stime del segretariato dell’OMC, fonte dei dati).


    Detto diversamente, il mercato globale dei prodotti agroalimentari e dei prodotti alimentari è saldamente nelle mani della UE, grazie a 50 anni di PAC che hanno finanziato a piene mani l’agricoltura industriale che fornisce materie prime a costi ridotti all’industria agroalimentare che rafforza così la sua capacità di competere sul mercato mondiale, spesso operando con
    modalità di dumping verso le produzioni dei paesi terzi.
    “Prima del conflitto, la FAO prevedeva che l’Ucraina avrebbe esportato circa 6 milioni di tonnellate di grano tra marzo e giugno 2022, e la Federazione Russa avrebbe esportato 8 milioni di tonnellate durante questo periodo. Ciò rappresenta circa il 7% del commercio mondiale totale di grano nel 2021/22, che è previsto dalla FAO a 194 milioni di tonnellate”
    (fonte: Extraordinary Meeting of the G7 Agriculture Ministers 11 March 2022 “GLOBAL FOOD MARKETS AND PRICES” Rome, 2022 Presentation by DirectorGeneral QU Dongyu Rome, 11.03.2022).

     

    E facciamola finita di scrivere che l’Ucraina è il primo esportatore di grano e senza il grano russo il mondo sarà alla fame.

    La somma delle esportazioni di grano di questi due paesi al massimo, nel 2021, ha rappresentato il 30% del mercato globale del grano che, però come ricordato, è solo il 30% del 25% del grano prodotto, cioè realmente l’esportazione di grano di questi due paesi rappresenta solo il 7,5% del totale della produzione mondiale di grano !

    4. E l’Italia?
    Si penserà che in questo quadro globale ed europeo, l’Italia sia messa differentemente, cioè sia in totale dipendenza dal mercato globale.
    Possiamo notare che se c’è dipendenza del sistema agroalimentare nazionale questa è di vecchia data. In effetti l’Italia attualmente produce circa l’8085% delle risorse alimentari necessarie a coprire il fabbisogno dei propri abitanti” (MIPAAF, 2015). In altre parole, la produzione nazionale copre poco più dei consumi di tre italiani su quattro.
    Molti sono i motivi, primo fra tutti la spinta continua alla specializzazione, la morte delle piccole e medie aziende agricole, il finanziamento pubblico all’esportazione di alcuni prodotti e, drammaticamente, la continua erosione dell’uso agricolo della terra distrutta dai processidi artificializzazione.
    E’ incontestabile che “Quasi 50 paesi dipendono dalla Federazione Russa e dall’Ucraina per almeno il 30% del loro fabbisogno di importazioni di grano. Di questi, 26 paesi si riforniscono di oltre il 50% delle loro importazioni di grano da questi due paesi” ( FAO, citato).
    Tra questi 50 paesi non c’è l’Italia. “…le quantità residue (di grano, ndr) per il resto del mondo sarebbero comunque sufficienti per arrivare all’inizio del prossimo raccolto in estate. Sono dati dei Consorzi Agrari d’Italia (Cai) in base alle proiezioni del Dipartimento per l’Agricoltura statunitense (fonte: https://www.quotidiano.net/economia/laguerradel
    granolitaliarischiadirimaneresenzapaneepasta1.7445942 ).


    Allora, se non c’è penuria, perché assistiamo ad un aumento continuo del prezzo del grano e, di conseguenza a quelli già annunciati di pane, pasta, prodotti da forno?
    L’aumento del prezzo del grano e, più in generale, la volatilità dei prezzi delle materie prime agricole, sono un fenomeno stabile ormai come risultato di decisioni politiche non di questi giorni: liberalizzazione dei mercati e natura dei contratti che sono già da tempo praticati nel commercio mondiale di questi prodotti. Ci sono luoghi deputati a questo commercio globale che fanno da riferimento, la più famosa Borsa di Chicago2 e la seconda, per importanza, in Parigi, NyseEuronext3, anche questa con una forte attività in “European Durum Wheat Futures4.. I prezzi negoziati in questi spazi finiscono per scaricarsi sul
    commercio internazionale del grano o delle altre commodity agricole e da questo rimbalzano o meglio si abbattono sui mercati interni dei paese, con un’anomalia particolare: questi valori non hanno un effettivo riferimento all’andamento delle produzioni. Paesi che pur hanno una scarsa dipendenza dal mercato mondiale vedono aumentare i prezzi interni a
    causa della loro debolezza negoziale e dal tipo di concentrazione che esiste nella catena del valore relativa al mercato interno di un singolo prodotto. Il caso esemplare è stato nel 2008 quello del prezzo del riso in Indonesia, paese poco dipendente dal mercato globale del riso, in cui però il prezzo ai consumatori del riso seguiva l’andamento del prezzo mondiale del riso che in soli 3 mesi, per effetto della speculazione, era stato moltiplicato per 4.

    La speculazione finanziaria sulle materie prime agricole.
    “Rispetto alle tre dimensioni presenti nel prezzo di una materia prima agricola (qualità, spazio e tempo), il mercato future valorizza solo la dimensione temporale, permettendo agli operatori di negoziare transazioni che, come detto, verranno eseguite in una data futura… Le parti, nella sostanza, possono trattare solo il prezzo…

    Acquistare un contratto future (es. di frumento) ad un certo prezzo prendere una posizione long implica assumersi l’obbligo
    di ritirare una determinata quantità e qualità di frumento, ad una data futura, anch’essa definita, in un luogo ed in un magazzino predeterminato, e di pagare, a scadenza, il prezzo convenuto…”.
    Si dirà: è normale che i prodotti agricoli si possano “comprare sul campo” ma nei contratti “futures” esiste un’anomalia fondamentale: questi contratti non prevedono necessariamente la consegna del bene quando sono risolti tra due operatori, grazie all’ invenzione” della Clearing House (=CH). “La standardizzazione del contratto e l’interposizione della CH costituiscono le due innovazioni che hanno plasmato i contratti future rendendoli strutturalmente diversi dai forward, che pure ne costituiscono la matrice originaria. I future, proprio perché altamente standardizzati e non più bilaterali, da contratti Otc6 hanno così potuto trasformarsi in un titolo finanziario facilmente negoziabile e, come tale, cedibile ad altri”7. Cioè sono diventati il prodotto dell’“industria finanziaria “e quindi della speculazione senza controllo.
    In altre parole: si compra un contratto futures per l’acquisto di grano differito e poi si rivende il contratto lucrando o perdendo sulla differenza tra prezzo d’acquisto e prezzo di vendita del contratto, senza muovere un chicco di grano. E così chi ricompra il contratto lo potrà rivendere, via via fino che un giorno, magari con il prezzo del grano aumentato di molto, chi importerà il grano in Libia , in Burkina o in Eritrea o in Italia pagherà quel grano a quel prezzo finale, artificialmente alto , senza più un legame tra domanda e offerta.
    In aggiunta è stato codificato un altro meccanismo. “Ad esempio si è diffuso il ricorso a contratti “a premio” in cui il prezzo convenuto per un derivato industriale (la farina) è indicizzato alla quotazione future della materia prima agricola (il frumento tenero)”.
    Ed ecco che il pane costerà caro, ma di certo non perché manchi la farina.

     

  • Genuino Clandestino a Napoli – 20 e 21 novembre!

    Genuino Clandestino a Napoli – 20 e 21 novembre!

    La rete Genuino Clandestino organizza una due giorni dedicata alla sostenibilità, alla sovranità alimentare, alla tutela dei territori, allo scambio e alla condivisione. L’incontro internazionale si terrà a Napoli dal 20 al 21 novembre.

  • Sabato 1 Aprile: assemblea pubblica di presentazione incontro nazionale Genuino Clandestino a Bologna

    Sabato 1 Aprile: assemblea pubblica di presentazione incontro nazionale Genuino Clandestino a Bologna

    SABATO 1 APRILE 2017 dalle ore 18 al
    CENTRO SOCIALE LA PACE
    via del Pratello, 53
    ASSEMBLEA PUBBLICA
     di presentazione di
    GENUINO CLANDESTINO
    per l’autodeterminazione alimentare
    che si terrà a Bologna il 21/22/23 Aprile

    seguirà degustazione dei prodotti contadini genuini clandestini di Campi Aperti

    NON MANGIAMOCI  LA TERRA!

    Una scelta di sviluppo arrogante sta dando prova della propria insostenibilità… il ciclope della modernità, il gigantismo industriale che nell’agricoltura, come nelle società di tutto il mondo, va fagocitando ambienti, culture, uomini costituisce una minaccia  sempre più concreta di un disastro ambientale da tempo annunciato.

    Un nuovo legame solidale tra consumatori e produttori del cibo, attraverso economie di piccola scala, salvaguardia della biodiversità, pratica di un’agricoltura pulita e socialmente sostenibile, possono rappresentare un concreto argine alla distruzione ambientale del pianeta!

    COS’È GENUINO CLANDESTINO?

    Genuino Clandestino è un movimento fatto di contadini, artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città, cuochi, persone e famiglie che fanno la spesa nei mercati contadini e clandestini. Nasce nel 2010 come una campagna di comunicazione per denunciare un insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha resi fuorilegge. Per questo rivendica fin dalle sue origini la libera trasformazione dei cibi contadini, secondo delle regole che le comunità territoriali si danno attraverso scelte partecipate e condivise. La campagna per la libera trasformazione dei prodotti genuini e clandestini si è trasformata in una rete di comunità territoriali che, oltre alle sue iniziali rivendicazioni, abbraccia il tema dell’accesso alla terra, della devastazione ambientale e della riappropriazione dei territori, denunciando come e perché le comunità locali vengono private dei loro mezzi di sostentamento e del diritto di gestire autonomamente le risorse da cui dipendono.

    Genuino Clandestino vuole costruire comunità territoriali in cui la campagna e la città si incontrano e si auto-organizzano; vuole sostenere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi; vuole realizzare circuiti di produzione e distribuzione del cibo fondati sulla relazione e sulle pratiche collettive, contro ogni sfruttamento delle persone e della terra; vuole costruire una continuità tra i movimenti contadini e cittadini per abitare gli spazi urbani e rurali con le pratiche dell’autogestione, la solidarietà, la cooperazione e la cura del territorio.

  • Verso Genuino Clandestino – smontare l’immaginario “green”

    Verso Genuino Clandestino – smontare l’immaginario “green”

    In un contesto nazionale in cui la crescita dei consumi di cibo biologico dura ininterrottamente da oltre un decennio (tanto che nel 2016 in Italia il consumo stimato di prodotti biologici ammonta a circa 2,5 miliardi di euro) sentiamo la necessita di porre alcune domande.
    Domande che hanno tante facce. Da un lato vogliono smontare un immaginario “green” di cibo buono, pulito e giusto, quando proprio la produzione e la distribuzione del cibo vengono usate come strumenti di accumulazione; dall’altro lato queste domande vogliono guardare alle nostre pratiche, quelle che quotidianamente mettiamo in campo, o sul piatto, per marcare l’opposizione a un sistema agroalimentare che si fonda sullo sfruttamento della terra e delle persone. 
    Parliamo di accessibilità: nel 2016 i giornali ci raccontano di un’impennata sotto le Due Torri dei costi di alberghi e ristoranti. In una città che da tre anni vive una sorta di paralisi dei prezzi, a causa della crisi, fanno eccezione il mondo del “Food” e le strutture ricettive, che rispetto all’anno scorso hanno registrato un rincaro nei listini del 6%. Allo stesso tempo, e nelle stesse strade,l’impoverimento diffuso, l’aumento del costo della vita e l’erosione del sostegno sociale fanno sì che migliaia di persone in città non abbiano le risorse materiali sufficienti per accedere a un cibo di qualità, mentre invece i sistemi di produzione e distribuzione su larga scala sono in grado di mantenere prezzi bassi e accessibili alla maggior parte della popolazione, abbattendo però il costo del lavoro e rinunciando alla qualità del prodotto. Parliamo quindi di un sistema agroalimentare che produce cibo di lusso per pochi e cibo spazzatura per tutte/i le/gli altre/i, studenti,lavoratrici/lavoratori, pensionate/i, precari(e), disoccupate/i, cioè le/gli escluse/i da un nuovo modello di cibo bio d’eccellenza. Non solo, ma esclusi anche dall’idea di città che questo modello vuole imporre.
    Capita infatti che il cibo, soprattutto nella “Bologna City of Food”,diventi un fattore decisivo nel disegno della città che verrà. Dentro a questo disegno troviamo il progetto F.I.Co., Fabbrica Italiana Contadina, un parco giochi del cibo e della sua catena di produzione, fratello minore di Expo 2015 e nuovo maxi progetto di Eataly, che verrà realizzato al Caab per mettere in vetrina una realtà agricola prodotta a misura di museo. Già sappiamo come grandi eventi e grandi opere trasformano, devastano e impoveriscono i territori e chi li abita: la costruzione di F.I.Co. prevede la cementificazione dell’aera adiacente per un’estensione di 85.000 metri quadri, la costruzione di servizi ed esercizi, l’aumento degli affitti e la conseguente trasformazione della composizione sociale della zona. 
    Si tratta di un progetto quindi che vuole fare un’esibizione di una dimensione contadina che nulla ha a che vedere con l’autodeterminazione alimentare, con l’agricoltura contadina biologica vera, con la dignità del lavoro e con la costruzione di comunità territoriali libere di decidere autonomamente che cosa è legittimo e cosa no.  
    Ecco così la nostra necessità di esprimere la totale estraneità ed avversione rispetto a un modello di città che non è più alla portata di chi la vive, ma di chi la consuma, la mangia e paga –salatamente- il conto.
    Ecco così il nostro bisogno di praticare forme di autogestione e di resistenza per costruire immaginari diversi, per affermare che “l’altra città esiste davvero!” Per questo abitiamo e difendiamo gli spazi sociali della città, perché abbiamo bisogno di vivere alternative praticabili e coerenti, basate sulla solidarietà e sulla partecipazione, e di costruire dal basso comunità territoriali realmente democratiche e antigerarchiche.
    Invitiamo tutte e tutti all’incontro nazionale di Genuino Clandestino!! 
    21, 22 e 23aprile @ Làbas occupato
  • Voci dallo sciopero – l’autogestione dentro (e fuori) CampiAperti

    Voci dallo sciopero – l’autogestione dentro (e fuori) CampiAperti

    Quando ci capita di parlare con i contadini che chiedendo di iniziare a vendere ai nostri mercati ci si incarta sempre un po al tema “autogestione”. Non perché non abbiamo un’ idea precisa sulla questione anzi, ma risulta sempre difficile spiegare un sistema che normalmente non si incontra nell’ordinario vivere sociale.

    In termini concreti per noi autogestione significa che le decisioni che riguardano l’entità CampiAperti vengono prese sempre in assemblee aperte. Questo prendere le decisioni tutti assieme, con il coinvolgimento dei coproduttori che lo desiderano o dei semplici passanti, porta ad alcune conseguenze per noi fondamentali: innanzi tutto gli individui sono direttamente sollecitati a maturare una propria opinione sull’argomento in discussione, quindi a diventare soggetti attivi del processo decisionale. Inoltre l’apertura delle assemblee, il fatto che chiunque possa sedersi nel nostro “cerchio magico” fatto normalmente di 70-80 persone, rappresenta una sorta di garanzia che l’assemblea sta lavorando per il bene comune e non per interessi individuali o corporativi.

    Nelle assemblee, per quanto possibile, cerchiamo di non spaccarci in posizioni contrapposte utilizzando il metodo del consenso o dell’assenso. Le discussioni su temi particolarmente importanti hanno durata anche molto lunga, e portano spesso a sintesi e soluzioni creative.

    Dopo anni di sperimentazione dell’autogestione dentro CampiAperti ci sentiamo di dire che abbiamo costruito una vera e propria intelligenza collettiva, ovvero un’intelligenza politica che lavora meglio e più efficacemente di quella dei singoli.

    Questo nostro modo di essere, di vedere e di fare è stato immediatamente riconosciuto e accolto dagli spazi sociali bolognesi. In particolare dentro XM24 moltissimi collettivi sviluppano percorsi di autogestione assolutamente paralleli ai nostri, anche se trattano altri temi come lo sport popolare, la musica e l’arte, il meticciamento culturale o la mobilità alternativa…

    Ma se le altre esperienze di autogestione vengono di fatto soffocate che fine faremo noi?

    Di ossigeno abbiamo bisogno, e per noi l’ossigeno è dato principalmente da chi promuove dibattito, partecipazione, responsabilità etica e politica, cooperazione e solidarietà, coinvolgimento diretto. Senza questi valori non si sceglie di produrre e consumare il cibo biologico di prossimità proposto da CampiAperti.

    Contrariamente a molti nostri compagni di strada abbiamo accolto favorevolmente i patti di collaborazione proposti dal comune. Non solo per i vantaggi economici dovuti alla riduzione delle imposte su occupazione di suolo pubblico e rusco, ma perché ci sono sembrati un passo verso il riconoscimento delle situazioni di auto organizzazione presenti in città.

    Però attenzione! Non si può dare uno e prendere dieci. Se per CampiAperti i patti di collaborazione sono stati un passo in avanti chiudere XM24 (e Labas) significa fare dieci passi all’indietro, significa spegnere la più importante realtà di auto organizzazione popolare presente in città da 15 anni a questa parte.

    Ci colpisce la cecità che porta a non riconoscere l’importanza del ruolo sociale, politico, culturale, che ha Xm24 alla Bolognina. E non vogliamo credere che la promessa di chiusura sia dovuta solo al fatto che XM24 non fa parte dei clientes delle forze politiche al governo della città, o peggio, per inseguire i deliri securitari della destra più becera. Non vogliamo credere che la parola “sinistra” non abbia più alcun significato.

    Per questo siamo scesi in sciopero. Per tentare di far ragionare chi ha il potere di cambiare il corso degli eventi. Ci riusciremo o l’imbarbarimento della politica alla fine avrà il sopravvento?

    Staremo a vedere.

    carlo

  • L’arte del Coltivare e Mangiare sano

    “L’arte del coltivare e mangiare sano” è un progetto che alcuni soci dell’associazione Campi Aperti hanno messo a punto per la formazione di utenti e coproduttori di vario tipo interessati alla cura di sé, alla sana alimentazione e al giardinaggio naturale.
    La proposta vuole avvicinare le persone al mondo rurale e a tutto ciò che esso rappresenta attraverso un percorso formativo che approfondisce diversi temi: dal riconoscimento e uso di piante spontanee per uso fitoterapico e alimentare, alla produzione e trasformazione degli alimenti di uso quotidiano; dalla realizzazione di piccoli orti per l’autoconsumo, alla gestione di terrazzi e balconi come
    piccole oasi verdi.

    Il progetto è strutturato in 2 AREE TEMATICHE ( SALUTE E SANA ALIMENTAZIONE – PROGETTAZIONE DI AREE VERDI) che includono diversi MODULI FORMATIVI a scelta, ognuno dei quali fornisce nozioni teoriche ma soprattutto pratiche. Cosi pensato, il percorso formativo può essere flessibile e variabile a seconda delle richieste. Il percorso di formazione completo abbraccia 3 mesi, prevedendo uno o due incontri settimanali. Ma l’impegno di tempo ed economico va quantificato in base ai moduli concordati.

    Indipendentemente dai percorsi scelti, il filo rosso che collega le varie proposte è quello di fornire informazioni utili per diventare sempre più consapevoli di ciò che mangiamo e consumiamo, trasmettere una serie di tecniche e buone pratiche sostenibili per stili di vita più sani.
    Perché, in fondo, ognuno, nel suo piccolo, può partecipare a cambiare le logiche di un mercato alimentare corrotto e insostenibile a favore della propria salute e quella del pianeta terra!

    Per concordare un intervento formativo, contatta i referenti del progetto: i riferimenti si trovano nelle schede progettuali che trovi al seguente link: Arte del coltivare e mangiare sano.